La festa di A. Uccello

La Festa vista da Antonino Uccello

Antonino Uccello

Nasce a Canicattini Bagni l’11 Settembre 1922. Compie gli studi magistrali a Noto, dove pubblica i primi versi di poesia. Emigra nel 1947 in Lombardia e insegna nelle scuole elementari della Brianza. Fu in Lombardia che si formò come poeta di raffinata sensibilità.Nel 1959 pubblica Canti del Val di Noto. Sotto la spinta dello studio della poesia popolare esce il primo studio di taglio antropologico Risorgimento e società nei canti popolari siciliani (1962), ristampato nel 1978, e Carcere e mafia nei canti popolari siciliani (1965). Gli anni che seguono immediatamente sono impiegati da Uccello nella realizzazione del suo “capolavoro”: la Casa Museo di Palazzolo, inaugurata nel 1971, destinata a divenire uno dei più importanti musei etnografici d’Italia. Escono in rapida successione La casa museo di Palazzolo Acreide (1972), La civiltà del legno in Sicilia (1973), Amore e matrimonio nella vita del popolo siciliano (1976), Tessitura popolare in Sicilia (1978), Pani e dolci di Sicilia (1978), (1979). Uccello muore il 29 Ottobre 1979.
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La Festa di San Paolo a Palazzolo Acreide (racconto di Antonino Uccello)

Chi attraversa la Sicilia di piena estate, va inevitabilmente incontro a paesi ornati da arcate e trofei di lampade, a lunghe file di bancarelle e mercati imponenti di animali, a bande musicali, orchestre e cantanti di grido, al rimbombo di mortaretti e di splendidi fuochi di artificio. E’ la grande estate siciliana che si spegne del suo sempre più raro verde frumento per riaccendersi dell’oro delle ristoppie, ma anche dell’oro dei preziosi percoli barocchi in legno intagliato, l’oro dei monili appesi al simulacro del santo come offerta per grazia ricevuta: è l’estate in cui ogni paese celebra in Sicilia la festa in onore del suo santo patrono. E’ noto che fin dall’antichità ogni città era posta sotto la protezione di una divinità:col Cristianesimo la protezione dei santi si estese anche nei regni, i quali scelsero un loro protettore, per cui la Francia ebbe, per esempio, S.Luigi, l’Ungheria S.Stefano, ecc. Ma anche i santi patroni del luogo – ci informa il Pitrè – aumentarono il numero nel corso dei secoli, finchè la Chiesa fu costretta a intervenire con un decreto del 23 marzo del 1960, firmato dal papa Urbano VIII, per disciplinare le norme per l’elezione del santo patrono. In Sicilia, pur seguendo il decreto del Papa, vennero creati santi patroni principali e santi patroni ordinari, alcuni eletti dal Senato e altri invece dai “consigli civici”, dando modo in conseguenza allo scatenarsi di risse e conflitti per affermare ognuno la propria supremazia.

Ed è difficile che un siciliano non abbia assistito o sentito narrare una “Guerra dei Santi”, così come la descrive il Verga nella sua nota novella che ha proprio il seguente inizio: “Tutt’a un tratto, mentre San Rocco se ne andava tranquillamente per la sua strada, sotto il baldacchino, coi cani al guinzaglio, con un gran numero di ceri accesi tutt’intorno, e la banda, la processione, la calca dei devoti, accadde un fuggi fuggi, un “casa del diavolo”: preti che scappavano colle sottane per aria, trombe e clarinetti sulla faccia, donne che strillavano, il sangue a rigagnoli, e le legnate che piovevano come pere fradicie fin sotto il naso di San Rocco Benedetto”. Anche il Pitrè, nella sua pregevole opera dedicata alle Feste patronali in Sicilia, riserva un capitolo alla “Festa di S.Paolo in Palazzolo Acreide”, e inizia per l’appunto con le “gare dei Sampaolari e dei Sambastianari”. La festa di S.Paolo, a Palazzolo, vanta un’antica tradizione e popolarità, tanto da attirare a tutt’oggi un’affluenza notevole di popolo dai paesi viciniori: da Canicattini Bagni, Cassaro, Ferla, Buscami, Giarratana, Noto, ecc. Poco prima del 1859, quando la Chiesa di S. Sebastiano, che è sita nella parte alta del paese, per disposizione canonica e regia divenne parrocchiale, il conflitto tra le due fazioni si scatenò senza più tregua.

Già il Pitrè notava per i suoi tempi, oltre alla rivalità e alle risse tra sammastianisi e sampaulisi, la indiscussa supremazia di S. Paolo: “v’è la storia, v’è l’antichità, v’è il prestigio di quella spada con la quale S. Paolo è rappresentato, la forza materiale attiva, tanto simpatica al popolo siciliano, a fronte della debolezza del povero S. Sebastiano, che si lasciò frecciare in tutte le parti, e v’è, più d’ogni altro, la processione, che è l’unica nel suo genere e che percorre per lungo e per largo il paese inferiore”. Alcuni usi di cui si sono occupati, oltre al Pitrè, degli studi locali, sono del tutto scomparsi: non si fa più, da almeno quarant’anni, quello che un padre cappuccino riferiva nella metà dell’ottocento: “Lo strisciar delle lingue sul pavimento dalla porta della Chiesa all’Altar Maggiore, dalla mattina al mezzodì almeno non finiscono i devoti in quel pietoso esercizio…” Inoltre è del tutto scomparsa la processione dei ceruli, uomini nella notte dal 24 al 25 gennaio (conversione di S. Paolo), che hanno particolari virtù: essi domano e maneggiano serpenti e insetti velenosi, affrontano i lupi mannari e i cani idrofobi. Conoscono scongiuri che vengono insegnati e tramandati nella notte di S. Paolo, coi quali guariscono dai morsi di insetti e serpi velenosi. I cereàuli, inoltre, portano sotto la lingua un particolare contrassegno: quello di un ragno o di un qualsiasi insetto velenoso.

Un’ altra tradizione è definitivamente scomparsa nel subito dopoguerra: io ho avuto modo di assistere alla scontro che avvenne tra la forza pubblica e il clero da una parte e i fedeli dall’altra, i quali recavano in chiesa, sull’altare maggiore, buoi e animali domestici parati a festa con fiocchi, nastri e gualdrappe, offerti al santo per una grazia ricevuta. La sconsacrazione determinò la fine di questa tradizione, che notoriamente affonda le sue radici nel mondo pagano. La festa di S. Paolo dura tre giorni:dal 27 al 29 giugno. L’ultimo giorno, alle ore tredici in punto, in piena canicola, il simulacro del santo, preceduto pregevoli stendardi ricamati in oro, viene portato fuori dalla chiesa barocca sull’artistico percolo ligneo intagliato e decorato in oro. Ancor oggi sono degli uomini con la spalla nuda, per voto fatto, che portano il pesante simulacro per le vie del paese. Inoltre i devoti portano ancora, come ai tempi del Pitrè, i cudduri, che sono delle ciambelle di pasta, sulle quali viene rilevato qualche serpente. Questi pani sono offerti al santo come degli ex-voto, che vengono poi venduti all’incanto ai fedeli.

I vari usi com’è evidente, scaturiscono da un humus che trova le sue motivazioni nell’antica civiltà contadina. La festa cade, infatti, all’inizio dell’estate e coincide col periodo della mietitura e della raccolta del grano, quando il contadino vive in tutta la sua estensione la sua crisi di sgomento. Il mietitore è minacciato dal pericolo sempre in agguato dal morso degli insetti velenosi, e avvertte in modo drammatico il senso della sua precarietà esistenziale. La presenza in passato dei ceruli, le offerte di animali trascinati e costretti in ginocchio all’altare maggiore, i rari e superstiti ex-voto di pane sui quali è rilevata l’immagine dei rettili, sono testimonianze di una ideologia largamente diffusa in tutte le civiltà cerealicolo del mondo mediterraneo. Questi riti sono comuni all’Italia meridionale in genere, a un mondo che lentamente si muove in modo disorganico, ma che nel suo profondo è in certo senso identificabile ancora con quello che i sociologi sogliono chiamare la “cultura della miseria”.

Nella puntuale ricerca svolta da Annabella Rossi su Le feste dei Poveri, la studiosa ha messo in rilievo come in questi santuari di solito la povera gente si reca per “star meglio”, proprio perché lo stato permanete delle classi subalterne è stato sempre quello della insicurezza del vivere, in una condizione instabile del proprio equilibrio psichico e fisico. I pellegrini si recano in chiesa con offerte e doni, sperando di essere liberati da ogni male, di ottenere grazie e favori, di trovare protezione e rassicurazione alla fragilità e precarietà del vivere, minacciato ed esposto ad ogni rischio e pericolo dalle permanenti condizioni di povertà e di insicurezza. Spesso le donne rinnovano ogni anno i cudduri, e gli uomini ripetono la “spalla nuda” sulla quale portano il grave percolo per poter così protrarre nel tempo la garanzia della salute e del benessere, la certezza di allontanare per sempre il male.

Nessuno studioso, neanche il Pitrè, ha dedicato poche righe a una gran fiera di bestiame che si svolge in occasione della festa, cosa che, d’altronde si verifica regolarmente in concomitanza della sagre paesane. Sappiamo, infatti, che in un anno di spaventosa carestia, a Palermo, si fece ugualmente il “Festino” di S. Rosalia: assieme alle varie ragioni, prevalsero quelle di ordine economico, chè la crisi in atto, senza le celebrazioni della Santa palermitana, si sarebbe acuita ancor più. In una società depressa, infatti, la festa patronale alimenta un’insolita circolazione di moneta, dà luogo a una ripresa di lavori di vario genere, riordino e messa a punto della casa, spese del vestiario, maggior consumo di vettovaglie.

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